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ACQUEDOTTO PUGLIESE, pardon AQP s.p.a.
E' il più grande d'Europa, il terzo al mondo,
con 19.365 chilometri di rete, 430 comuni serviti, circa
cinque milioni di utenti. L'acquedotto pugliese gestisce
l'intero ciclo dell'acqua: captazione, adduzione, potabilizzazione,
distribuzione, manutenzione delle fogne, depurazione
e smaltimento acqua reflue. Puglia, Basilicata Campania
e un po' di Molise e Calabria non restano all'asciutto
grazie a questa colossale opera pensata nel 1898 e inaugurata
nel 1915 alla vigilia della prima guerra mondiale.
Nel 1997 è stato nominato un commissario straordinario
per risanare il colosso fiaccato da una gestione clientelare.
In un anno il bilancio è andato in pareggio,
in due in attivo di circa 30 miliardi (di lire). Nel
giro di qualche anno l'acquedotto, grazie ad un mutuo
dello stato, si è costituito S.p.a: il preludio
della privatizzazione!. L'equazione è presto
risolta. Fino a quando risultava un faraonico spreco
di denaro pubblico non interessava a nessuno, compiuto
il miracolo del risanamento è diventato un piatto
appetibile per cordate di imprenditori e confindustria.
Un'altra lettura potrebbe essere quella che una conduzione
responsabile e consapevole di un'opera pubblica porterebbe
ad una gestione economica ed efficiente delle strutture
idriche, ad un miglioramento e ad una espansione della
rete. Ma questo non piace: la cultura dominante di smantellamento
della res pubblica per migliorare, snellire, velocizzare
deve passare dalla vendita dell'acquedotto ai privati.
Qualche esempio? In Australia la privatizzazione dell'acqua
ha portato una sensibile diminuzione del servizio: risparmiare
sulla manodopera ha significato risparmiare sulla sicurezza
e i cittadini di Adelaide devono bollire l'acqua prima
di berla! Non migliore è la situazione in Argentina
che grazie alla privatizzazione circa cinque milioni
di famiglia sono state lasciate senz'acqua perché
impossibilitate a pagare le bollette, francamente diventate
troppo care.
Ma questa è un'altra storia
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